Il Prof. Pietro Ichino, senatore del Pd, analizza il mondo del lavoro a 360 gradi. Partendo dai giacimenti di occupazione che non vengono utilizzati l’illustre giurista non risparmia nessuno.

Alla presenza di un folto pubblico di professionisti, accademici, sindacalisti e studenti, dalla relazione del Professore un segnale chiaro: “non bisogna avere paura di cambiare”. Le riforme sono necessarie, ma l’utilizzo corretto degli strumenti esistenti è imprescindibile.

Grande successo per la conferenza - dibattito su “La riforma del lavoro per un'Italia che torni a crescere”, svoltasi presso l’Aula Magna del Rettorato dell’Università degli Studi di Messina; l’evento incentrato sulla presenza illustre del prof. Pietro Ichino, insigne Giuslavorista, che in occasione della presentazione del suo nuovo libro (”Inchiesta sul lavoro - Perché non dobbiamo avere paura di una grande riforma”), ha introdotto i lavori con un’importante relazione sull’attuale tema della riforma del lavoro. La riforma del mercato del lavoro è fondamentale ed indispensabile per favorire l’occupazione ed avvicinare il nostro Paese ai dati dei paesi nord-europei; per poter attuare una grande riforma, tuttavia è necessario, studiare in maniera dettagliata il mercato del lavoro italiano. Questo risulta difficile oggi, a causa della mancanza di dati in gran parte delle regioni italiane. Soprattutto nel mezzogiorno infatti mancano veri e propri osservatori per analizzare le dinamiche della domanda ed offerta di lavoro. Il prof. Ichino, affronta anche il tema degli “skill shortages”, ossia i giacimenti di occupazione che non vengono utilizzati: basti pensare a quanti posti di lavoro rimangono scoperti per mancanza di qualifiche specializzate. Altra variabile da considerare è anche il tempo entro quanto si trova un nuovo lavoro. I dati statistici confermano, che anche in tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando, 8 soggetti su 10 trovano un nuovo lavoro entro un anno, tuttavia 4 su 5 sono contratti a termine. Occorre rendere più flessibile il mercato del Lavoro italiano, che per rigidità è il più elevato d’Europa ed incentivare le politiche che spronano all’occupazione, piuttosto che quelle meramente assistenzialiste. La cassa integrazione risulta uno strumento alquanto necessario oggi, ma se viene utilizzato per i fini per i quali è stato concepito, ossia quello di sopperire al momentaneo disagio lavorativo e consentire al lavoratore di andare alla ricerca di un altro lavoro. Oggi invece, nel nostro Paese esistono più di 500.000 lavoratori in cassa integrazione di lunga durata (in alcune imprese addirittura anche 7 anni), che fanno di tutto, tranne che preoccuparsi di andare alla ricerca di una nuova occupazione. Per fronteggiare la crisi occupazionale, bisogna cambiare sistema: l’Italia, non può permettersi di sovvenzionare posti di lavoro che non producono per diversi anni. È più opportuno che queste risorse vengano indirizzate verso modelli per incentivare l’occupazione. Sistemi di aut-placement, che favoriscono la “comunicazione” tra la domanda e l’offerta di lavoro, esistenti nelle realtà scandinave, sono da prendere come esempio.
 
 
Sono intervenuti al dibattito  Carlo Maletta presidente del consiglio provinciale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Messina Costantino Amato segretario generale UIL di Messina, il Prof. Maurizio Ballistreri docente dell’Università  di Messina, il dott. Maurizio Bernava segretario regionale CISL Sicilia, il Dott Lillo Oceano segretario generale CGIL di Messina.


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